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June 18 PDL: PARTITO DI "MIGNOTTE"Le ultime vicende circa le ragazze assoldate da Berlulsconi per rinfoltire il suo "giovane" partito sono sotto gli occhi di tutti (anzi, sotto gli occhi di chi vuole informarsi a tutti i costi visto che le TV latitano). Ragazze pagate per partecipare a feste, ragazze a cui si promettono posti in politica, candidature..e altro... E poi ragazze usate per i trastulli del sultano e poi gettate via se diventano scomode.. Questa è la morale del PDL, quel partito in cui ci si accanisce a parlare di difesa di valori morali, cristiani...quel partito che scendeva in piazza con la chiesa per i family day, che detesta le diversità, che difende la moralità e la cultura nostrana...i miei complimenti.. Come campioni dell'ipocrisia meritate il primo premio. June 03 LO SPRECO DEGLI AEREI DI STATOE mentre divampa la polemica sulle veline, sulle foto a villa Certosa, si fa avanti un nuovo tormento: lo scandalo dei voli di stato, utilizzati a sbafo da Berlusconi per se stesso e per accompagnare i suoi "ospiti" nella villa del sultano in Sardegna. Qui una fra le varie foto sfuggite al sequestro, in cui il cantante Apicella atterra con l'aereo di Stato, tutto solo, come se uscisse da un autobus di linea.. Noi mortali prendiamo il 64 al limite, schiacciati spesso all'inverosimile, per fare tragitti cittadini, lui è scarriolato in aereo diStato (pagato dunque da noi) per andare a divertire per qualche ora il sultano e i suoi amici in Sardegna. Resta il fattoche, da quando Berlusconi è in carica, le spese per i "voli di Stato" sono aumentate a dismisura, in barba ai "risparmi" per i terremotati tanto decantati da questo governo illiberale. La foto di Apicella che vedete è tratta dal sito www.repubblica.it dove oggi è pubblicata. June 02 OSTRUZIONISMO CONTRO IL GAYPRIDE DI ROMA 2009Trascrivo di seguito l'ultimo comunicato del circolo Mario Mieli in merito al Romapride 2009. Leggete e tremate:
" NEGATO IL PERCORSO AL ROMAPRIDE 2009
Si è consumato oggi l’ennesimo rifiuto al corteo del RomaPride del 13 giugno con delle motivazioni che ormai rasentano il ridicolo. Dopo i due precedenti dinieghi su Piazza San Giovanni, sulle date sia del 13 sia del 20 giugno, con delle motivazioni risibili e pretestuose, anche la nuova richiesta del Circolo Mario Mieli di poter effettuare il percorso del RomaPride (da Piazza della Repubblica a Piazza Navona) ha ricevuto un secco “niet” da parte della Questura di Roma, cause l’eccessivo tempo di chiusura delle strade adiacenti al percorso e la presenza di imprecisati obbiettivi istituzionali e di personalità nella zona di Piazza Venezia. E’ ormai evidente la volontà di impedire lo svolgimento del Gay Pride romano. Le prime due richieste ricalcavano i percorsi previsti nel famigerato protocollo del Comune, ma sono stati negati per una infinità di manifestazioni religiose non specificate; è stata allora chiesta una deroga, non essendo presenti nel protocollo altri itinerari congrui, proponendo l’identico percorso dell’anno passato. A questo punto il protocollo è diventata la nuova Bibbia, pur se sono sotto gli occhi di tutti le infinite deroghe concesse alle altre manifestazioni. A Roma si dice quando a grilli e quando a tordi. Sembra ormai evidente la volontà di voler sminuire la portata di una manifestazione importante come il Roma Pride. Infatti viene proposta come unica soluzione un percorso mortificante e assurdo. Dopo inutili tentativi per trovare un accordo sensato con Comune e Questura, il Mario Mieli si vede costretto quindi a presentare ricorso legale al Tar e al Presidente della Repubblica contro i provvedimenti della Questura, attraverso il patrocinio degli avvocati Guido Calvi e Gian Michele Gentile, sia per sbloccare l’assurda situazione, sia per difendere un principio generale che sta subendo un inaccettabile attacco liberticida. Se fosse necessario siamo pronti a spostare la data della parata in attesa dell’esito giudiziario, che annullerebbe i vari dinieghi, compreso Piazza San Giovanni. Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli Organizzatore RomaPride 2009 La Presidente – Rossana Praitano 348/770843 Segreteria Politica e Organizzativa Andrea Berardicurti 06/5413985 - 348/7708437 info@mariomieli.org www.romapride.it " June 01 PALERMO E LA MONNEZZA...DI DESTRAEd ecco una nuova città, Palermo, travolta dalla spazzatura - alias da una cattiva gestione dei rifiuti - con la quale è alle prese da giorni, dopo che gli operai dell'azienda dedita alla raccolta dei rifiuti sono in sciopero per il mancato rinnovo del contratto vausa mancanza di fondi. La cosa che differenzia questo caso da quello di Napoli è l'assenza di informazione a riguardo. Con Napoli tutti si sono accaniti contro Bassolino e contro il centrosinistra, causa di ogni male, coinvolgendo tutta la politica nazionale. Ora invece silenzio, tutto è in sordina. Mi chiedo il perchè: sarà forse che Palermo è governata dal cento destra? Dove sono i Bossi, i Berlusconi di turno che urlano contro la "cattiva" politica di sinistra, che urlano dimissioni, che accusano in nome del nome dell'Italia nel mondo.. Dove stanno?? Ne deduco che forse la monnezza di Palermo profuma di più di quella di Napoli..
May 28 LA "SICUREZZA" DEL GOVERNOMentre il governo, in particolare il ministro Maroni, tesse le lodi di se stesso, vantando il respingimento di alcuni barconi di clandestini, oggi è venuta alla luce la notizia che un sindacato dei cellerini - vicino alla destra - ha deciso di protestare da domani per il mancato pagamento degli straordinari da 5 mesi. E' un fatto mai verificatosi in Italia ed è sintomo della situazione di grave disagio in cui versano le nostre forze dell'ordine,i cui finanziamenti sono stati ridotti da parte di questo governo, che invece ha puntato tutto sulla questione dell'ingresso degli immigrati nel nostro territorio. E dopo le auto senza benzina scatta questa nuova forma di protesta dai risvolti anche preoccupanti: infatti annunciano che non saranno disposti a fare da "carne da macello" in eventualil scontri che potrebbero avvenire a Roma in questi giorni in occasione del G8 dei ministri dell'economia. Vedremo le risposte del governo in merito alla questione. May 25 SICILIA: FALLIMENTO IN SORDINAOggi Lombardo, presidente della regione Sicilia per il centro destra annuncia di voler buttar giù il suo governo per ricominciare da capo su basi nuove. Il tutto a seguito di una crisi interna alla coalizione di centro destra che dilania da mesi la giunta. Credo sia lecito chiedersi come sia possibile che si arrivi a una situazione del genere in cui una coalizione - di destra- che ha sempre governato - male - una regione come la Sicilia goda ancora di stima e fiducia da parte della maggioranza degli elettori siciliani. Di fronte ad un ennesimo sfascio come questo come si può non indignarsi? Allora mi verrebbe da dire che i siciliani meritano di restare nella condizione attuale, meritano che la Sicilia resti indietro, meritano questi governanti, magari condannati - come l'ex presidente Cuffaro -, che non apportano grandi rinnovamenti. May 20 CHI VOTA CONSCIAMENTE UN CORROTTO E' UN CORROTTO ANCH'ESSOLa notizia - banale direi - della condanna dell' avvocato Mills e la relativa motivazione di essere stato corrotto da Silvio Berlusconi e dalla Fininvest, mette in luce un grave problema italiano: gli italiani, nel momento del voto, scelgono i candidati a prescindere dalla loro moralità e condotta, spesso dubbia o palesemente corrotta. E' indecente, vergognoso, assurdo direi che lo stesso popolo che spesso si indigna per gli attacchi alla Chiesa, o che scende in piazza per "i valori della famiglia tradizionale" eccetera, eccetera, poi invece si ritrovi compatto a votare gente che palesemente ha problemi con la giustizioa, come in questo caso Silvio Berlusconi. Sia pur non ha avuto nessuna condanna - anche grazie al lodo Alfano - le motivazioni di questa sentenza di fatto lo accusano gravemente di corruzione. L'Italia è guidata da un probabile corruttore e nessuno se ne scandalizza, soprattutto chi l'ha votato. Allora dico: chi l'h votato è - nel piccolo - come lui; io ci credo: l'Italia è piena di gente che si vende per pochi soldi, che accetta compromessi che deformano la propria persona e la privano di dignità, è piena di gente che non paga le tasse, che commette abusi, che condona le malefatte passate, presenti e anche prevede le future! E allora dov'è lo scandalo, dove la sorpresa: chi sta li rappresenta una fetta d'Italia. La cosa peggiore è che c'è un'altra fetta d'Italia che dorme, che accetta o che - impotente - deve sottostare e farsi rappresentare suo malgrado da questa gente. May 13 EMIGRAZIONE ITALIANA (E VENETA) - 3° PARTE“QUANDO AD EMIGRARE ERAVAMO NOI” Da Storie di Cuggionesi in America Il percorso dell’integrazione degli emigrati italiani è stato duro, faticoso e difficile, più che per le precedenti emigrazioni. Un momento importante è stato, paradossalmente, lo scoppio della prima guerra mondiale. Nel 1916 il presidente Wilson e gli Stati Uniti d’America entrano in guerra accanto ai paesi dell’Intesa, alleati quindi dell’Italia, e il presidente Wilson in persona fa un appello a tutte le etnie, a tutte le colonie stanziate negli Stati Uniti d’America, compresi naturalmente anche gli italiani, affinché partecipino a questa guerra patriottica, promettendo loro che chi si fosse arruolato - e si arruolarono anche i cuggionesi – avrebbe avuto automaticamente la cittadinanza americana. Purtroppo questa parentesi fu di breve durata. Nel 1917 scoppiò la rivoluzione in Russia e, subito dopo la fine della prima guerra mondiale, si accese in tutto il mondo una vera psicosi da caccia alle streghe, con la paura dei rossi e il Ku Klux Klan che si organizzava proprio in quel periodo, inizio anni Venti. Se è vero che xenofobia e razzismo avevano una forte componente antiebraica, è tuttavia altrettanto vero che di questo clima da caccia alle streghe soffrirono e pagarono un prezzo pesante anche i nostri emigrati italiani. Il 26 settembre del 1920, un altro 11 settembre, un emigrato italiano, proprio per dare una risposta a questa caccia alle streghe di cui molti italiani furono vittime – si parlò di un migliaio di italiani internati nei campi degli Stati Uniti –, per ritorsione, fece un terribile attentato dinamitardo a Wall Street, ci si è dimenticati di questo episodio ma è reale, cui fece seguito una repressione ancora più tremenda nei confronti degli italiani, che portò, tra l’altro, all’arresto di Sacco e Vanzetti che, il 23 agosto 1927, vennero condannati alla sedia elettrica. Ritornando all’ultima legge restrittiva, la Quota Act del 1924, che di fatto chiuse le porte all’immigrazione italiana negli Stati Uniti, c’è da dire che il fascismo, da parte sua, ci mise del proprio nel frenare l’emigrazione, sostenendo che non si doveva più emigrare, anzi bisognava cassare la parola emigrante, perchè vergognosa, e non bisognava addirittura neanche più parlare di emigrazione e di emigranti, ma semplicemente di italiani all’estero. La situazione dell’emigrazione italiana si aggravò ancor più col grande crac del ’29 che colpì tutti e immiserì, annichilì i pochi risparmi dei nostri italiani. Un’altra fase importante fu l’adesione degli italiani a Roosevelt, al nuovo corso del New Deal, che ottenne un sostegno veramente plebiscitario. Torniamo al fascismo. Il fascismo cercò di inserirsi nelle colonie italiane in America e di strumentalizzarle, senza peraltro conseguire grandi successi. Salvemini disse che, malgrado l’impegno dei gerarchi fascisti, gli italiani negli Stati Uniti d’America potevano essere suddivisi in questo modo: il 5% era fascista, il 10% era antifascista, un 35% era tiepidamente filofascista e il 50% pensava agli affari propri. Certamente gli italiani guardarono al fascismo con un certo interesse, perché intravidero in esso, in modo distorto se vogliamo, in modo sbagliato, una sorta di valorizzazione dell’italianità. Tuttavia, quando nel 1940 Mussolini dichiarò guerra al mondo intero, immediatamente gli italiani d’America se ne staccarono e diedero una risposta riprovevole; anzi, quando, dopo Pearl Harbour, anche gli Stati Uniti entrarono in guerra, gli italiani d’America e i cuggionesi, furono moltissimi, si arruolarono nell’esercito degli Stati Uniti. Cominciava così a realizzarsi una lenta, graduale, progressiva integrazione che non piaceva agli americani, i quali preferivano parlare di assimilazione. Gli emigranti, dicevano, devono diventare americani al 100%; non capivano, e non volevano capire, la particolarità, la specificità etnica degli emigranti, anche di quelli italiani. Una svolta si avrà soltanto negli anni Sessanta con la presidenza Johnson, la guerra del Vietnam, il movimento dei diritti civili, Martin Luther King e tutto il grande movimento americano tendente a recuperare e a valorizzare il ruolo e l’identità delle minoranze etniche. Anche gli italiani, sebbene dal punto di vista politico fossero piuttosto conservatori, beneficiarono di questo nuovo clima, di questo nuovo contesto e, da quel periodo in avanti, anche la società americana, l’opinione pubblica americana non parlò più di assimilazione o di americani al 100%, ma cominciò piano piano a parlare di pluralismo etnico, a maturare un riconoscimento della diversità e dell’identità delle varie etnie che popolavano gli Stati Uniti d’America. Questo è stato l’inizio, il momento del riscatto per i nostri emigranti e da lì è cominciata una progressiva ascesa sociale. Concludo, dandovi alcuni dati a testimonianza di ciò. Oggi i nostri emigranti amano definirsi italo-americani, anzi, ci tengono a definirsi italo-americani, a differenza di quanto avviene per le altre etnie di più antica emigrazione. Questo fatto lo suffragano i vari censimenti federali nei quali gli intervistati in genere rispondono: “sono americano” e non “sono un tedesco-americano” o “uno svedese-americano”. Al contrario, negli ultimi censimenti federali del 1990 e 2000 c’è stato un aumento notevolissimo di emigrati italiani – si tratta, si badi bene, di discendenti di terza o quarta generazione - che alla domanda: “di dove sei?” hanno risposto: “sono italo-americano” e ci tengono a sottolinearlo. Oggi la comunità italiana negli Stati Uniti, dal punto di vista sociale, può essere annoverata tra le classi medio-alte, presenta un altissimo tasso di alfabetizzazione - si parla di un 30% di italo-americani laureati – e dispone di un reddito medio annuale superiore ai 50.000 dollari; oggi parlare di italianità, agli occhi degli americani, significa parlare di talenti, di creatività artistica, di buon gusto, di grande cucina, di grande ristorazione, di un bel cinema, di raffinatezza. Questo, in estrema sintesi, è stato il percorso delle nostre comunità italiane. Volevo finire leggendovi, perché mi pare significativo, un passaggio di Rosa Cavalleri, l’emigrante di cui ci ha parlato prima Oreste Magni. Rosa Cavalleri, proletaria cuggionese, trovatella, esposta, figlia dell’ospedale - come si diceva allora -, che prima di partire lavora in filanda e poi decide di emigrare in America, scrive, ad un certo punto, in “Rosa, vita di un’emigrata italiana”: “Ho ancora un ultimo desiderio, tornare in Italia prima di morire. Ora parlo inglese come un americana e potrei andare dappertutto, anche dove vanno i milionari e la gente alta. La guarderei in faccia la gente alta e gli chiederei tutte le cose che ho sempre voluto sapere. Adessso non avrei più paura di nessuno; sarei orgogliosa di venire dall’America e di parlare inglese. Tornerei a Cuggiono a riveder la mia gente e a parlare con i padroni della filanda; tornerei anche a Castelletto e le suore non mi butterebbero più fuori, ora che vengo dall’America. Parlerei con la superiora e sgriderei tutte le suore, non avrei più paura, non oserebbero farmi del male, perché vengo dall’America. Ecco perché amo l’America: perché mi ha insegnato a non avere più paura”. In queste considerazioni di Rosa Cavalleri sembra esservi un sentimento di rivalsa nei confronti degli antichi padroni e di quella comunità che l’aveva un tempo umiliata ed offesa; ma a ben guardare ed a leggere più attentamente nelle orgogliose parole di Rosa, non c’è questo, non vi è né astio né rancore, né cattivi sentimenti. L’odissea di Rosa, il suo viaggio, la sua permanenza in terra americana, dove ha lavorato, penato e patito sofferenze e umiliazioni, tutta la sua vicenda personale si presenta ai nostri occhi come una storia positiva, vissuta non su un ripiegamento rancoroso, come forse c’era da attendersi, ma nel segno di una crescita e di una maturazione. Rosa in effetti parla sì di un viaggio compiuto in gioventù verso l’America, dell’America vista allora come la terra promessa, da lei come da altri milioni di italiani, ma ci parla anche di un altro viaggio, di un viaggio che l’ha portata ad istruirsi, di una nuova forza che l’ha portata alla conquista di una nuova forza interiore, che ha sviluppato in lei autostima e consapevolezza del proprio valore, un’autostima e una coscienza di sé che l’hanno infine liberata dalle antiche paure e che l’hanno emancipata da una condizione di inferiorità e di minorità psicologica. L’America come metafora di un viaggio verso l’emancipazione, un desiderio che, come quello di Rosa migrante, anima del resto le folle anonime che oggi approdano nel nostro paese. Oggi l’Italia da paese di emigrazione è diventato improvvisamente e inaspettatamente paese di immigrazione, al quale bussano migliaia di diseredati che provengono dal Sud del mondo e dai paesi disastrati dell’Est europeo. Cercano, come hanno cercato i nostri connazionali emigranti, un luogo in cui vivere dignitosamente, cercano un lavoro e un minimo di visibilità e di riconoscimento sociale e qui torna d’attualità il messaggio di Rosa. Rosa ci ha detto come ha imparato a vincere e a superare la paura, il mal sottile dell’inquietudine che si insinua nelle persone di fronte ai fenomeni nuovi che mettono in discussione le nostre certezze e le nostre abitudini; è umano aver paura ed è altrettanto comprensibile un certo irrigidimento quando fatti nuovi e imprevisti irrompono nella nostra vita, ma nostro compito è anche quello di padroneggiare questi stati d’animo e di governare pulsioni negative che possono diventare e rivelarsi distruttive. Non è il caso certo di scivolare in interpretazioni buoniste e sentimentali, ma un dovere si impone: il fenomeno migratorio, che è d’altronde vecchio quanto è vecchia la storia dell’umanità, esige d’essere governato, ma governato non con sciocche strida nativiste e xenofobe, ma con la necessaria intelligenza e con un robusto spirito di civiltà e di razionalità, cominciando magari col rimuovere una certa torpida smemoratezza e sollevare quel velo che ci impedisce di guardare alla nostra storia recente, una storia del resto di cui non abbiamo niente di cui vergognarci perché è stato proprio grazie a questa storia onorata, incomprensibilmente a lungo ignorata e censurata, che l’Italia è diventata un paese moderno, civile e, vogliamo anche pensare, aperto e tollerante. May 11 EMIGRAZIONE ITALIANA (E VENETA) - PARTE 2“QUANDO AD EMIGRARE ERAVAMO NOI”
Da Storie di Cuggionesi in America L’accoglienza in terra americana dei nostri emigranti - come dicevo - non è stata affatto benevola; ne avvennero veramente di tutti i colori perchè c’era un clima di profonda ostilità Il principale motivo, tra i tanti, per cui i nostri emigranti generavano e attiravano ostilità, era costituito dal fatto – come sostenevano gli esponenti del mondo politico di allora, i sindacati operai americani e tanti altri - che gli emigranti italiani non intendevano affatto stabilirsi in America ma erano “uccel di passo”, come venivano definiti. Si diceva: vengono qua, lavorano, fanno mondo a sé, consumano pochissimo - ed era vero perché era veramente proverbiale la frugalità dei nostri emigranti, che risparmiavano fino all’osso - e poi sono sudici, sono cattolici, insomma, sono poco assimilabili. E proprio in questo clima di ostilità diffusa avvengono dei fatti atroci, frequentissimi episodi di schiavitù o di semi schiavitù, il cosiddetto “péonage” (questo il termine usato), perchè i nostri emigranti, partiti magari con un biglietto prepagato dai reclutatori fazenderos - cosa che succedeva spesso e che successe soprattutto per l’emigrazione veneta che negli anni Ottanta andò in Brasile a lavorare nelle fazendas delle piantagioni di caffé, dove trovò i fazenderos ancora legati ad una mentalità schiavistica –, una volta giunti a destinazione, venivano sottoposti a violenze incredibili, che andavano dalle bastonature alle violenze alle donne, e venivano perfino incatenati alle caviglie perché non potessero scappare. Il “péonage” ci fu anche negli Stati Uniti dove gli emigranti, che erano partiti con il biglietto prepagato, andavano a lavorare nelle piantagioni di cotone della Louisiana, New Orleans e dintorni, o del Texas, ma dove questo biglietto, che i piantatori avevano anticipato, non finivano mai di pagarlo e il loro debito non era mai estinto: dovevano infatti rifornirsi presso i negozi delle compagnie dei piantatori e lì dovevano spendere l’ira di Dio. Questo per dare un’idea dello sfruttamento terribile cui erano sottoposti i nostri emigranti. Un’altra manifestazione di ostilità era rappresentata dalla pratica della cosiddetta legge di Lynch, i linciaggi. I nativi americani, ossessionati da xenofobia e da sentimenti non certo nobili, non linciarono solo i neri ma anche tantissimi italiani. Gli episodi più clamorosi in questo senso sono quelli di Tallulah (1899) nella Louisiana o di New Orleans (1891), che fu forse quello più clamoroso e che causò anche un piccolo incidente diplomatico tra i rispettivi paesi. Tre immigrati di origine siciliana vennero a ingiustamente accusati di aver ucciso lo sceriffo del luogo e imprigionati, ma l’opinione pubblica di New Orleans non intendeva aspettare il processo. Il clima antitaliano era così radicato e diffuso che una folla di 20.000 persone - dicono le cronache del tempo - si radunò nella piazza, diede l’assalto alle carceri, ne sfondò la porta, prese i tre malcapitati, li impiccò e, non sazia di questo, culminò l’opera crivellandoli di colpi. Sono tantissimi i fatti del genere che credo debbano essere ricordati. Questa nuova emigrazione, come venne definita l’emigrazione italiana, incompatibile e non assimilabile per le ragioni che abbiamo detto, creò una situazione molto particolare che, paradossalmente, vide gli industriali americani favorevolissimi all’importazione di questa manodopera. Da questo punto di vista gli industriali americani erano ultraliberisti; per converso le unioni sindacali americane – e in particolare la Federazione americana del Lavoro, presieduta da Samuel Gompers, emigrato di origine ebraica - erano ferocemente contrarie a questa nuova emigrazione e, soprattutto, agli italiani. Perché? vien da chiedersi. Una spiegazione c’è, perché tutto, secondo me, ha una sua razionalità: ad inizio secolo l’industria americana si stava riorganizzando su basi efficientistiche - pensiamo ad Henry Ford a Detroit e a tutta l’organizzazione scientifica tayloristica del lavoro - e non aveva più tanto bisogno degli operai specializzati di antico retaggio migratorio, degli operai qualificati e specializzati inglesi o tedeschi, tutti inquadrati nella Federazione Americana del Lavoro, ma di una nuova figura di operaio - che in tempi recenti avremmo definito l’operaio massa - adatto ad assolvere a operazioni semplici alla catena di montaggio e via dicendo. Gli imprenditori americani avevano bisogno di questa nuova figura che si accontentava di salari inferiori e faceva la concorrenza alla Federazione del Lavoro di Gompers, che si muoveva invece in un’ottica corporativa. All’interno di questo quadro si accende una feroce polemica tra i sindacati e gli industriali, nella quale purtroppo i sindacati americani non brillano di lungimiranza perché, anziché gestire consapevolmente la nuova situazione produttiva che si era creata, intavolando una concertazione - come diremmo oggi - con i padroni americani, assumono una posizione chiusa, corporativa, tesa a difendere i propri privilegi. Da qui l’accusa ai nostri operai di essere “scabs”, crumiri, seguita da tutta una serie di ingiurie, il cui elenco è lunghissimo, rovesciate sugli emigranti italiani, la più usata delle quali era “dago”, termine dall’etimo incerto, che non vi saprei tradurre, ma che era sicuramente un’ingiuria infamante. Da questo clima deriva la legislazione, di cui vi parlavo prima, del Contract Labor e delle altre norme restrittive. Nel 1907 si insedia negli Stati Uniti d’America la commissione Dillingham, come viene chiamata dal nome del suo presidente, che comincia a studiare gli effetti della nuova emigrazione poco desiderata e che, nel 1911, pubblica, in 41 volumi, i risultati del suo lavoro, che viene definito “la Bibbia dell’emigrazione”. Si trattava in realtà di un vero e proprio distillato di xenofobia e di razzismo dal quale derivarono tutte le successive norme restrittive, quali il Literacy Act del 1917 e i Quota Act del 1921 e 1924, che conclusero questa legislazione sull’immigrazione. Di cosa si trattava? La legge del 1917, che sottoponeva i nostri emigranti a un compitino di alfabetizzazione, era una normativa abbastanza restrittiva perché la maggior parte dei nostri primi emigranti era analfabeta e una normativa di questo genere aveva, conseguentemente, un valore punitivo. Ciononostante, nel 1917 una buona parte dei nostri emigranti era abbastanza alfabetizzata e gli emigranti cuggionesi in particolare erano i più alfabetizzati. Sapete perchè? Perché proprio in quel periodo la locale società di mutuo soccorso e la cooperativa dei terrazzieri di Cuggiono avevano organizzato una scuola professionale complementare di disegno, come era ufficialmente denominata, che era in realtà una scuola per emigranti, dove si insegnava l’abc dell’emigrazione e, soprattutto, si faceva scuola. Si diceva: cuggionesi per andare in America dovete sapere leggere e scrivere. Da questo punto di vista quindi i nostri emigranti furono i più avveduti, i più accorti, i più preparati. Soffrirono però tutti quando nel 1921 venne emanata la prima legge Johnson, dal nome del suo presidente, meglio nota come la prima legge Quota Act, cioè la prima legge che contingentava l’emigrazione. Funzionava nel seguente modo: poteva entrare negli Stati Uniti il 3% dell’etnia già residente in riferimento al censimento federale del 1910. Era una bella restrizione. Alcuni anni dopo però gli Stati Uniti, non paghi con una sorta di perfidia nel voler allontanare o contenere al massimo l’emigrazione latina per favorire quella nord europea, varano ulteriori restrizioni di quota: non più il 3% ma il 2%, riferito non al censimento federale del 1910 ma a quello del 1890, quando prevaleva l’emigrazione nord europea; tutto ciò a scapito, di fatto, dell’emigrazione italiana che, dal 1924 in poi, si ridusse a 3.400 emigranti che ogni anno potevano entrare negli Stati Uniti. E gli ispiratori principali di questa legislazione restrittiva sull’emigrazione furono i sindacati. I nostri emigranti, per quanto sprovveduti, per quanto reietti dalla società, cercarono di organizzarsi e di far fronte a questa ostilità diffusa. Nel 1905 a Chicago nasce un nuovo sindacato denominato Lavoratori Industriali del Mondo, meglio noto con la sigla IWW, che si propone di tutelare e difendere i diritti dei lavoratori di tutto il mondo, e in specie di quelli italiani, riuscendo ad ottenere anche qualche risultato e a rompere un po’ il monopolio dei sindacati della Federazione Americana del Lavoro che, fra l’altro, precludeva l’ingresso ai nostri lavoratori, perchè faceva pagare addirittura una tassa di ingresso di 100 dollari; chi si voleva iscrivere al sindacato di Gompers doveva pagare 100 dollari, una cifra inaccessibile. I nostri connazionali erano l’anima di questo nuovo sindacato fondato sulla solidarietà e sulla tolleranza, dove non c’era discriminazione etnica o di nazionalità. Proprio questo sindacato, sotto la guida di alcuni esuli politici italiani – cito ad esempio Giacinto Menotti Serrati, dirigente socialista italiano che all’inizio del secolo dirigeva il periodico, pubblicato a New York, “Il Proletario”; Carlo Tresca; Luigi Galleani, e così via -, diede vita a battaglie memorabili, come quella di Lawrence-Massachusetts del 1912, quando gli operai tessili italiani diedero organizzarono un memorabile sciopero, oggetto addirittura di rappresentazioni teatrali, coronato dal successo; oppure lo sciopero di Paterson-New Jersey, l’anno successivo, memorabile anch’esso ma non caratterizzato dal successo dell’anno precedente. Ritengo doveroso sottolineare il fatto che i sindacati americani siano stati i principali ispiratori di questa ottica negativa, piccina, meschina, così come sono stati i principali ispiratori della legislazione americana restrittiva dell’immigrazione. May 08 EMIGRAZIONE ITALIANA (E VENETA) - PARTE 1“QUANDO AD EMIGRARE ERAVAMO NOI”
Da "Storie di Cuggionesi in America" Capitolo 5 La nostra emigrazione partiva soprattutto da Genova e, soltanto in un secondo momento, verranno allestiti e organizzati i porti di Napoli e di Palermo. Genova, dove c’erano le compagnie Florio, Rubattino, ecc., si era già in qualche modo attrezzata per il trasporto dei nostri emigranti, moltissimi dei quali - come dicevo prima - partivano però da Le Havre perché non avevano i documenti a posto, oppure perché erano renitenti alla leva o, forse più semplicemente, perché da lì il biglietto costava meno. Quasi tutti i cuggionesi che andavano in “Merica” attraversavano la Francia e si imbarcavano da Le Havre. La traversata veniva fatta con le “navi di Lazzaro”, come erano definite queste “carrette del mare”, dove si viveva in condizioni incredibili di sovraffollamento, che dava inevitabilmente luogo a epidemie di colera, ecc. ecc.; condizioni veramente disumane. La traversata del mare oceano - come si diceva - era veramente un’avventura e, non a caso, sembra una storia di oggi, con i naufragi all’ordine del giorno. Il più famoso, tragicamente noto, è forse quello del “Sirio”, la data mi pare quella del 1906. Il Sirio andava in Brasile o proveniva dal Brasile - non ricordo più - e con i nostri emigranti c’era anche un vescovo che, poco prima di affondare, li benediceva. Morirono tutti. Ma vediamo un altro documento che dà un po’ l’idea di cosa fosse la traversata.
Teodorico Rosati, Ispettore sanitario sulla nave degli emigranti “Accovacciati sulla coperta, presso le scale, con i piatti tra le gambe, e il pezzo di pane tra i piedi, i nostri emigranti mangiavano il loro pasto come i poveretti alle porte dei conventi. E’ un avvilimento dal lato morale e un pericolo da quello igienico, perché ognuno può immaginarsi che cosa sia una coperta di piroscafo sballottato dal mare sul quale si rovesciano tutte le immondizie volontarie ed involontarie di quella popolazione viaggiante. L’insudiciamento dei dormitori è tale che bisogna ogni mattina fare uscire sul ponte scoperto gli emigrati per nettare i pavimenti. Secondo il regolamento i dormitori sono spazzati con segatura, occorrendo si mescolano disinfettanti, sono lavati diligentemente ed asciugati. Ma tutte le deiezioni e le immondizie che si accumulano sui pavimenti corrompono l’aria con forti emanazioni e la pulizia sarà difficile.” La traversata durava 25/30 giorni, talvolta qualche giorno meno, dipendeva dalle “carrette del mare”. I nostri emigranti arrivavano a New York e, fino al 1892, il centro deputato alla loro accoglienza era Castle Garden che però, ad un certo momento, si rivelò insufficiente ad accogliere questa enorme massa di gente. Viste le dimensioni dell’esodo, si decise così di trasformare Ellis Island - un piccolo isolotto che si trova di fronte a Manhattan, un tempo adibito dall’esercito americano a deposito di armi e di munizioni - in centro di accoglienza. Ellis Island: il “non luogo”, il “luogo dell’erranza”, “l’isola delle lacrime”, come venne definita da Georges Perec. Ad Ellis Island i nostri emigranti dovevano subire tutta una serie di controlli sanitari da parte di ispettori che incutevano timore con le loro divise e con il loro portamento. Uno dei primi controlli, che questi ispettori sanitari facevano, era guardare loro gli occhi per vedere se avessero il tracoma; seguiva tutta una serie di altre ispezioni di carattere sanitario. Se ci fosse stato qualche caso dubbio, veniva inviato ad una commissione speciale che avrebbe eseguito un esame più attento. Naturalmente, se si fosse sospettato che il nostro emigrante potesse essere portatore di qualche malattia contagiosa, oppure fosse stato, anche più semplicemente, troppo in là negli anni, oppure non avesse avuto i soldi, veniva talvolta mandato indietro, rispedito a casa |
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